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  • Paolo Padovani

Crisi negozi: il rischio chiusure cambiera' le nostre città.

Molti dei nostri centri storici, in particolare modo quelli delle località turistiche (cioè la gran parte in Italia) rischiano, dopo la crisi emergenziale causata dal coronavirus di “rimanere al buio” ovvero di non avere più tutte quelle vetrine illuminate e allestite il cui insieme, si dice spesso, fanno dei nostri grandi e piccoli centri urbani “dei centri commerciali all’aperto"; c’è forte il rischio, purtroppo, che molte attività commerciali “retail” non riaprano quando questo difficile periodo sarà terminato.

I numeri

In un articolo del Sole24Ore a firma Enrico Netti viene riportata una ricerca di Confimprese attuata in Lombardia secondo la quale un negozio su tre, dopo il periodo delle restrizioni e chiusure forzate, non riaprirà, delineando uno scenario molto preoccupante. Gli Associati a Confimprese dichiarano di avere perso il 90% dei ricavi pari ad un mese di liquidità, il 13% conta di riaprire tutti i punti vendita (percentuale molto bassa ed indicativa) mentre il 57% non riesce ancora a sapere con esattezza se riuscirà ad aprire e quanti punti nel caso si tratti di catene di negozi.


Le motivazioni

Ovviamente i mancati guadagni, il che vale soprattutto per bar e settore ristorativo, ma per determinati settori merceologici pesa anche la merce in magazzino (si pensi a chi già aveva acquistato, quasi tutti, la collezione primaverile) che difficilmente verrà venduta dato che alla riapertura presunta si dovrebbe già acquistare la merce “estiva”. Il volume di merce invenduta, dichiara uno degli associati, è altissimo e rimarrà sicuramente "sugli scaffali" o negli scantinati.

Gli affitti

Ma uno dei problemi più difficili da affrontare sono i canoni di locazione; nelle vie commerciali vengono chieste riduzioni ai proprietari (che non sempre accettano), mentre più delicato è il tema dei centri commerciali dove si cerca di trovare delle soluzioni con i gestori dei centri stessi dato che la loro chiusura per norma potrebbe anche configurare la “sopravvenuta impossibilità della prestazione” per il singolo esercente interno al centro, ma in questo momento il dialogo conviene a tutti.

L’intervento dello Stato e l’incognita consumatori

Sono due i temi che ad oggi costituiscono le grandi incognite per pianificare il futuro: il comportamento dei consumatori e l’intervento dello Stato.

Per i primi lo sapremo solo alla riapertura, ma è plausibile immaginarsi un atteggiamento prudente sugli acquisti e concentrato sui beni di prima necessità.

Per quanto riguarda ciò che potrebbe fare lo Stato, si auspica proprio un aiuto alle famiglie (in quanto consumatori), aiuti anche alle piccole imprese quali sono i negozianti ed un concreto pacchetto di provvedimenti legislativi, sul modello francese, con la sospensione degli affitti per il periodo di chiusura imposto e con una pianificazione di canoni calmierati alla riapertura, possibilmente basati sulla percentuale dell’effettivo fatturato e risolvere il problema nei centri commerciali nei quali il contratto è di affitto di ramo di azienda che non gode della detrazioni già stabilite per Decreto al 60%.

Il rischio per le nostre città

Premesso che dietro ogni vetrina ci sono una o più famiglie che lavorano, la plausibile chiusura nei centri storici (dove nelle vie commerciali il canone di locazione è spesso la principale voce di spesa) di tanti negozi è uno scenario spaventoso che lo Stato deve prendere in considerazione; i negozi, e il discorso va certamente esteso alla “botteghe di quartiere”, non solo sono uno dei volani dell’economia, ma hanno anche e soprattutto una funzione sociale, sono una luce in più in strade che sarebbero altrimenti buie, sono luoghi d’incontro e socializzazione, è impensabile immaginare i nostri centri passare da deserti e spettrali come in questo periodo a semivuoti. Uno scenario terribile.


Paolo Padovani

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